Coronavirus: «È una carneficina»

INTERVISTA. Secondo il medico-chirurgo Ettore Rispoli: «Se non si fanno i tamponi a tappeto non ne usciremo nemmeno per Natale. In Molise non si è preparati per un grosso focolaio. Se dovessero esserci 50 persone con insufficienza respiratoria da ricoverare bisognerebbe fare quello che i militari chiamano il “triage”, ovvero ricoverare le persone più giovani e lasciare morire gli altri. Passata la paura tornerà tutto come prima».

«Quando ho messo piede nel Molise, nel 1992, e venivo da una sanità campana dove la situazione era anticipata rispetto a quella molisana di 20 anni, ho trovato l’Eden: cinque ospedali efficientissimi, dove c’era di tutto, modernissimi, attrezzatissimi e con il personale sempre al completo. In meno di trent’anni siamo ridotti con un ospedale e due mezzi ospedali». Abbiamo ragionato con il chirurgo e oncologo Ettore Rispoli sulla situazione che il Molise sta vivendo in questi giorni di emergenza.

Il medico, molto conosciuto per il suo impegno nella sanità pubblica regionale, ha esposto il suo pensiero etico-morale di politica sanitaria, per meglio far comprendere il rischio che si sta correndo in questa fase storica travagliata. E siamo partiti dallo stato di salute della sanità molisana. «Pessimo», secondo Rispoli. «Nel vero senso della parola».

Perché è pessimo?

«In una piccola Regione troppi soldi vanno al privato convenzionato».

Lei è contrario al privato convenzionato?

«Non sono contrario, ma deve avere una quota accettabile. In Lombardia, dove la sanità privata ha quote del 38% è successo quel disastro che è sotto gli occhi di tutti. Noi abbiamo diverse strutture private che assorbono una grande quantità di risorse. Ecco perché si è arrivati a chiudere tre strutture ospedaliere (VenafroLarinoAgnonenda). È rimasto Termoli e Isernia che sono state ridimensionate e poi c’è Campobasso che, chiaramente, come ospedale principale non ce la fa a dare risposte per tutti. E la gente è costretta ad andare nel convenzionato o fuori regione.

A cosa serve il privato convenzionato?

«Deve intervenire a completamento del pubblico, dando quei servizi che il pubblico non dà (come la Radioterapia della Cattolica di Campobasso). Ben vengano le strutture private, ma devono dare qualcosa che non viene fatto nel pubblico. Non devono sovrapporsi al pubblico».

Solo ora ci stiamo accorgendo, con queste emergenza,  di questi limiti?

«Certo, noi abbiamo una carenza di posti letto. Adesso che il centro Covid è Campobasso tutti i posti di rianimazione sono occupati. Siamo anche fortunati, perché in questo momento in Molise non è scoppiata una grossa epidemia, ma se scoppiasse un grosso focolaio saremmo messi veramente male».

Che significa?

«Che non ci sarebbero risposte. In genere nella sanità ci dovrebbero essere personaggi che abbiano fatto una vera e propria gavetta negli ospedali. L’unico ministro della Sanità che abbiamo avuto è stato Umberto Veronesi, per nove mesi. Venendo dal fronte sapeva come affrontare i problemi. Per il resto  abbiamo avuto tutte persone che, sicuramente si fanno consigliare da tecnici, però non sono addentro alla materia. Questo anche a livello nazionale, dove il problema coronavirus è stato completamente sottovalutato. E le dico che non ne usciremo nemmeno per Natale se non si fanno i tamponi a tappeto, dove i portatori vengono messi in quarantena e tutti gli altri possono ritornare nel mondo produttivo».

Ma perché non si fanno questi tamponi?

«Questo è un problema nazionale. Non ho capito, ancora non lo riesco a comprendere perché non si facciano questi tamponi. So solo che in Sud Corea hanno fatto i tamponi a tutti, hanno localizzato tutti i positivi attraverso le App telefoniche, per essere individuati in ogni momento, e in un mese è stato risolto il problema. In Europa e in America stiamo a pensare se riaprire tutto, ma per fare cosa? Per compiere una strage?»

In Molise perché si è arrivati a questo punto? Di chi sono le responsabilità?

«Le responsabilità sono di chi ci ha governato negli ultimi venti anni. Troppe risorse sono state date al convenzionato il quale fa imprenditoria, deve fare profitto. Chiaramente quando le risorse sono limitate non bastano. E se dai tanto al privato  togli, inevitabilmente al pubblico. La coperta è corta. Si potevano bilanciare molto meglio. Anche a Isernia abbiamo visto la chiusura, negli ultimi due anni, con la scusa di accentrare a Campobasso, del reparto di senologia, di anatomia patologica, del centro trasfusionale, della neurofisiopatologiadell’otorino e dell’oculistica. Quest’ultime ridotte a miseri ambulatori. A Campobasso hanno chiuso anche la neurochirurgia, prevista per ogni 400 mila abitanti, e il paziente colto da un ictus emorragico rischia di essere trasferito fuori Regione se Neuromed non ha posti. Sono scelte irrazionali».

Come si sta gestendo questa emergenza dal punto di vista sanitario?

«Non si è preparati per un grosso focolaio, speriamo che non arrivi. Speriamo che non ci sia un incremento dell’incidenza di persone da ricoverare. Ma se noi ci trovassimo di fronte a una situazione, tipo quello che è successo a Bergamo, chiaramente in rapporto alla popolazione, non avremmo posti letto. Fino a qualche anno fa stava anche ad Isernia un reparto di malattia infettiva, ma è stato chiuso. Quindi, l’unica unità operativa di malattia infettiva è al Cardarelli di Campobasso. Mentre altre Regioni si sono attrezzate con ospedali da campo e posti letto aggiuntivi in Molise si aspetta.

Ci sono strutture che restano chiuse che potrebbero riaprire?

«Si era pensato di riaprire Venafro, di riaprire Larino ma sono tutte chiacchiere. Non è stato fatto nulla. A Venafro c’è un ospedale pronto, rimasto intatto, ci vorrebbero solo i respiratori. E non è una cosa difficile da procurarsi. Non ci stiamo preparando ad una eventuale pandemia locale e speriamo che non ci sia. Non parlo dei presidi ospedalieri, dove si lavora con le mascherine chirurgiche e non con le Ffp3 che sono più protettive. C’è un po’ di superficialità. E poi c’è una cosa che devo dire…»

Prego, la dica.

«In tutti questi team che hanno costituito non c’é un igienista, uno specialista in malattie infettive ospedaliero. Penso che persone che abbiano esperienza sul campo possano servire».

Ma se dovesse scoppiare questa pandemia quale potrebbe essere la risposta sanitaria?

«Se dovessero esserci, dico un numero limitato, 50 persone con insufficienza respiratoria da ricoverare bisognerebbe fare quello che i militari chiamano il “triage”.

Può spiegare meglio?

«Ricoverare le persone più giovani e lasciare morire gli altri, se non ci stanno regioni limitrofe che si prendono i malati. Questo è lo stato attuale. I posti in rianimazione sono limitati ma, soprattutto, non si sta provvedendo a tenere un numero di posti, anche provvisori, pronti. Sino ad ora hanno “attrezzato” solo chiacchiere e basta. Vedo una leggerezza che, però, è anche tutta italiana. Una leggerezza che ha portato a quel disastro che sta in Lombardia, quella carneficina. 850 morti al giorno è una cosa che fa accapponare la pelle. Molte persone, e questo me lo riferiscono molti miei colleghi, nemmeno riescono ad arrivare in pronto soccorso. Molti muoiono anche perché non c’è la possibilità di assistere tutti. E noi qui aspettiamo l’evento, che spero non avvenga».

In Molise la sanità è commissariata. Come si sta comportando il commissario?

Praticamente non si sta comportando. Onestamente però Giustini, il commissario ad acta, ha detto che prima di mettere le tende ci sono gli ospedali pubblici chiusi che si possono riaprire. L’unica linea logica è stata quella commissariale, che dovrebbe essere seguita. Ma non vedo fatti.

Indipendentemente dalle polemiche con la politica regionale e con l’attuale presidente Toma?

«Toma è completamente inadatto. È stato votato anche se io non l’ho votato e, quindi, non ho questo rimorso. Delle volte ho l’impressione come se vivesse in un altro mondo.

L’ex magistrato Antonio Ingroia, nella sua intervista su WordNews, ha affermato: «I morti sono sulla coscienza di chi ha distrutto la sanità pubblica?». È un’affermazione condivisibile?

«Sono d’accordissimo».

Questa potrebbe essere una lezione per il futuro, per invertire la rotta?

«Sono molto pessimista. Passata la paura, e speriamo non sia una brutta paura, e dimenticate le migliaia di vittime, tornerà tutto come prima. Basti vedere gli incarichi che hanno dato a persone che non hanno nulla a che vedere con la sanità».

fonte: https://www.wordnews.it/

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