Giustizia a orologeria (al contrario) sul voto

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Giustizia a orologeria (al contrario) sul voto

Giustizia a orologeria (al contrario) sul voto
Quattro Procure hanno in mano il destino delle politiche 2018: Consip, Etruria, caso Raggi (M5s), affari della Famiglia Renzi e stragi del 1993, con B. e Dell’Utri
di Marco Lillo
Il Fatto Quotidiano 11 dicembre 2017
C’è un convitato di pietra nel gran ballo delle elezioni politiche di marzo. È la giustizia a orologeria. Non quella messa all’indice da Berlusconi ogni volta che riceve un avviso di garanzia. No. La giustizia a orologeria che rischia di condizionare il voto del 2018 funziona al contrario. Le sue lancette non accelerano, ma si fermano in attesa del responso delle urne. Le procure potrebbero dare risposte a quesiti molto sensibili dal punto di vista politico prima delle elezioni. Gli uffici interessati sono almeno quattro: Roma, Firenze, Caltanissetta e Arezzo.
I tempi delle inchieste non dovrebbero tenere conto della politica. Però dopo anni di invocazioni della giustizia a orologeria come garanzia di impunità pre-elettorale si è persa di vista l’altra faccia della medaglia. “Come si può deliberare senza conoscere?”, si chiedeva Luigi Einaudi nel 1964. Le Procure italiane 53 anni dopo quelle “Prediche inutili” spesso preferiscono trattare il popolo come un bambino a cui è meglio non fornire troppi strumenti per decidere. Così andremo al voto in una situazione di asimmetria informativa.
I magistrati sapranno più di noi ma, intimoriti o succubi culturalmente della stampa e della politica dominante, procederanno lentamente a fari spenti lasciando tutti al buio nella nottata elettorale. Con qualche eccezione. L’indagine più importante per il M5s, quella sul sindaco di Roma Virginia Raggi, è stata chiusa a settembre con la richiesta di rinvio a giudizio. L’udienza preliminare che dovrà stabilire se il sindaco debba andare a processo per un falso compiuto dopo la nomina del fratello di Raffaele Marra, è fissata a gennaio. Alla vigilia del voto potrebbe arrivare la slavina del rinvio a giudizio con le immaginabili conseguenze negative per i Cinque stelle.
Nel frattempo, invece, poco si sa delle indagini romane sulla Consip, su Tiziano Renzi, sui vertici dei Carabinieri e su Luca Lotti. Poco (nonostante i “cenni del capo” del procuratore di Arezzo Roberto Rossi alla commissione di inchiesta sulle banche) si sa delle indagini sul padre di Maria Elena Boschi, l’ex vicepresidente di Banca Etruria Pierluigi Boschi.
Poco si sa anche delle indagini di Firenze sui presunti mandanti occulti delle stragi del 1992-93 che vedono indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Poco si sa anche di quelle partite a Caltanissetta sullo stesso tema.
Sempre a Firenze il segreto copre anche le indagini (iniziate un anno e mezzo fa) sul cognato e il fratello del cognato di Matteo Renzi per la storia della presunta distrazione dei fondi Unicef, stanziati per la Play Therapy in Africa e finiti, secondo l’ipotesi dell’accusa, ad alcune società fiorentine. Poco si sa infine delle inchieste su Tiziano Renzi e sulla moglie Laura Bovoli. La Procura di Firenze, diretta da Giuseppe Creazzo, dopo avere acquisito documentazione nella sede della società di famiglia (della quale Matteo era fino a 4 anni fa dirigente in aspettativa) ha innestato una marcia più lenta. L’11 novembre il quotidiano La Verità ha svelato che i coniugi Renzi sono indagati e così le attività investigative più serrate, forse per evitare altri riverberi negativi sul figlio, sono state rinviate a dopo le urne.
Il procuratore Creazzo non ha gradito nemmeno l’ uscita della notizia della riapertura dell’inchiesta su Berlusconi e Dell’Utri per le stragi del 1992-1993. Il boss della mafia Giuseppe Graviano – secondo la lettura della Dia e dei periti dei magistrati di Palermo – avrebbe parlato in carcere di un favore richiesto da “Berlusca” nel 1992. Lettura contestata dai legali di Marcello Dell’Utri al processo sulla trattativa Stato-mafia, ma che potrebbe suggerire alla Procura di Caltanissetta di riaprire a sua volta l’indagine per strage su Berlusconi e Dell’Utri.
Inutile girarci attorno. Le scelte delle quattro procure avranno un impatto pesante sulle sorti delle elezioni. Il caso Consip è il più spinoso e attuale. Il 20 dicembre del 2016 l’allora amministratore delegato della Consip Luigi Marroni, accusò l’ex sottosegretario alla presidenza del governo Renzi, Luca Lotti, il comandante generale dei Carabinieri, Tullio Del Sette e il comandante della Regione Toscana dell’Arma, Emanuele Saltalamacchia, di aver svelato ai vertici Consip l’esistenza delle intercettazioni.
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