Piedi d’argilla, sette anni per un processo

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Sette anni per avere un processo e l’altro giorno, secondo quanto sciorinato dal Pm Gaeta e dalla Parte Civile, si è capito che per questi era meglio un rito abbreviato. Le pene da 1 a 3 anni si basano sulle intercettazioni del 2004, roba già passata in giudicato per sei anni fino al febbraio 2011, quando il Tribunale di Isernia ha rinviato a giudizio i sei imputati.
Poi, però, c’è stato un processo, quello di primo grado, ma né l’accusa né la parte civile, si è sognata minimamente di citare le dichiarazioni rese in aula dai testi, e della difesa e dell’accusa, oltre alla documentazione acquisita.
Il perché sembra chiaro: tutti i testimoni, dell’una o dell’altra parte, hanno chiarito che nessun reato è stato commesso, non ci sono documenti falsi né altri fascicoli provanti questo.
Anche l’altra mattina, quando è stato escusso l’ultimo teste, Nardone, proprietario del laboratorio Temaco, incaricato dalla Procura per svolgere indagini sul calcestruzzo fornito, l’accusa non è riuscita a mettere un punto a suo favore.
Nardone ha affermato, senza indugi, che le prove del suo laboratorio erano in linea con quella della Geolab, laboratorio accusato di fare inciuci con le ditte dei Patriciello e con il capo cantiere Zullo.
Stessi risultati, quindi buoni. E’ stata solo l’ultima delle testimonianze a favore degli imputati. La Parte Civile porta avanti la richiesta di risarcimento dell’Anas per eventuali danni subiti a causa dell’atteggiamento delle ditte fornitrici.
Bene, quando i vertici dell’Anas sono entrati in aula per essere interrogati dagli avvocati, e parliamo di personaggi del calibro di De Lorenzo e De Marchi, hanno affermato che all’Anas non è stato arrecato nessun danno. Queste affermazioni avrebbero potuto chiudere lì tutto il processo ma, è il gioco delle parti, si è andato avanti, con l’auspicio, per l’accusa, di trovare qualche carta che accertasse la truffa ipotizzata da Bandelli, l’altro giorno presente, e dagli inquirenti.
Niente, nemmeno un mezzo foglietto, nulla su cui potersi aggrappare, se non le intercettazioni telefoniche in cui si parla tanto ma che non provano nulla.
Lo stesso Gaeta ha dovuto ammettere, con grande senso di modestia, di non sapere nulla di calcestruzzo. L’avvocato difensore, Ranaldi, è stato molto più breve dei suoi colleghi: le intercettazioni, se lette integralmente, non provano nulla, la pistola fumante nel corso del processo non è stata trovata, quindi il giudice non può che archiviare tutto riabilitando definitivamente gli imputati.
Il collegio peritale della Procura ha limitato il suo interesse a 19 pali sui 1050 forniti, all’1,7% del calcestruzzo prodotto dal Mc Groupe per la variante. “Se ci sono state difformità, che noi contestiamo” ha chiarito l’avvocato Ranaldi “queste erano tutte note all’Anas e all’Adanti e riguardano poco più di 5 mila euro su una fornitura di 10 milioni di euro.
Ma di cosa stiamo parlando?” Obiettivamente la difesa di Ranaldi sembra aver colpito nel segno, adesso toccherà al giudice D’Onofrio decidere su quanto emerso nel processo, non certamente su indizi di prova.
Ci vorrà coraggio per ammettere che 204mila intercettazioni, milioni e milioni di euro spesi da tre procure non avevano senso, così come gli arresti. La giustizia è un valore altissimo e va cercato ad ogni costo, anche se il prezzo debba pagarlo chi è davanti e non dietro le sbarre.
IL QUOTIDIANO DEL MOLISE
X IL QUOTIDIANO DA PARTE DEL PORTALE: LEGGERMENTE DI PARTE QUESTO ARTICOLO NON CREDETE? CMQ VE LE FACCIAMO LEGGERE TRA QUALCHE ORA NOI LE COSE COME REALMENTE STANNO, ERAVATE ,SIETE E RESTERETE GIORNALINI DI PARTE CONTROLLATI DAI POTERI FORTI MOLISANI.