Percorrendo la strada che da Venafro che conduce ad Isernia dopo aver percorso un breve tratto rettilineo ci si trova dinanzi la chiesa di S. Nicandro. Sul perché sia posta fuori dell’abitato restano numerose ipotesi ma la più sentita è quella popolare. Infatti la tradizione vuole che in quel luogo intorno al X secolo sia stato ritrovato il sarcofago contenente le reliquie di S. Nicandro.

La chiesa di S. Nicandro è tra le più antiche costruzioni medioevali della città e l’attuale prospetto, anche se non sono stati cancellati del tutto i caratteri romanici, fa ipotizzare una ricostruzione avvenuta intorno al XIII secolo. La facciata: realizzata interamente in pietra, in origine era a conclusione orizzontale delimitata nella parte superiore da una cornice in pietra. La facciata rettangolare subì una prima soprelevazione databile al cinquecento, anno in cui furono iniziati i lavori di costruzione del convento. Interventi realizzati dopo la seconda guerra mondiale, l’eliminazione della cornice orizzontale che separava la parte originari dalla soprelevazione, la chiusura dell’archetto centrale che ospitava la campana e soprattutto realizzare di nuovo la stessa sopraelevazione e per di più con le stesse pietre della facciata iniziale ha portato a perdere quelle che erano le iniziali proporzioni della facciata. Nel 1949 fu realizzato l’attuale campanile. Le uniche aperture presenti erano il portale di accesso e il rosone centrale in asse con il portale. A queste due si è aggiunta l’apertura sottostante il campanile realizzata in finto romanico. Il rosone circolare è formato da una serie di cornici concentriche e dal centro partono dieci raggi. Il sottostante portale è costituito da una apertura rettangolare formata da elementi in pietra. L’architrave e le sottostanti colonne sono collegate da due mensole. Al di sopra del portale rettangolare una lunetta semicircolare divisa in due parti.
La chiesa fu officiata dai Basiliani fino al 1554, anno in cui Sisto V abolì l’ordine. Per molti anni la chiesa rimase abbandonata a se stessa fin quando con la venuta dei Capuccini a Venafro, 1573, fu realizzato, a spese delle cittadinanza, un convento con sedici celle sufficienti per ospitare i nuovi arrivati. La fondazione fu affidata a P. Giovanni Maria da Tusa. Fu il decimo convento realizzato nella provincia cappuccina di S. Angelo. Papa Gregorio XIII, con Bolla del 10 dicembre 1577, affidava la chiesa ai Padri Cappuccini che la aggregarono al nuovo convento. I frati vi rimasero fino al 1811, anno di soppressione degli ordini monastici e vi fecero ritorno nel 1816. Nel 1867 fu di nuovo chiuso e passò in carico al Comune di Venafro che utilizzò il giardino del convento come cimitero. La custodia venne affidata a due cappuccini e finalmente nel 1870 P. Clemente da Morcone riapriva il convento alla famiglia francescana che tutt’ora vi dimora.
L’interno della chiesa è a due navate e tutti gli stucchi furono realizzati alla fine del 1800.
Nella navata laterale si trova un crocifisso ligneo collocabile tra la fine XIV secolo.
Tutta la parte retrostante l’altare maggiore è costituita da un complesso ligneo intarsiato, opera settecentesca del frate cappuccino, di origine francese, Berardino da Mentone. La parte centrale accoglie il tabernacolo a forma di tempietto e finemente intarsiato. Tutta la composizione ospita tele e tavole su cui spicca la pala centrale attribuita a Dirk Hendrickz, pittore olandese italianizzato in Teodoro d’Errico con la Vergine, il Bambino, S. Francesco e i Santi Nicandro e Marciano.
Al di sotto dell’altare maggiore si trova la cripta che ospita il sarcofago contenete i resti di S. Nicandro. A riportare alla luce il sarcofago e le sepolture di S. Marciano e S. Daria furono due frati cappuccini: P. Leone Patrizio e F. Angelantonio Carusillo. I due cappuccini una notte del dicembre 1930 diedero avvio agli scavi all’interno della chiesa partendo dalla zona davanti l’altare maggiore. La cripta fu definitivamente sistemata nel 1933 da P. Guglielmo da S. Giovanni Rotondo nuovo Superiore del Convento. Secondo una narrazione anche Carlo d’Angiò nel 1268 alla vigilia della battaglia di Benevento avrebbe fatto visita e si sarebbe prostrato dinanzi all’altare della chiesa così come Papa Nicola IV nel novembre del 1290 concesse indulgenza a tutti i visitatori della chiesa. Ogni anno dal sarcofago esce un liquido che il popolo ritiene miracoloso e con tanta passione viene chiamato “manna di S. Nicandro”.
Purtroppo anche il cinquecentesco convento non poteva scampare alla forza delle ricostruzioni. Ci pensò bene il Genio Civile che alla propria maniera scorticò interamente la facciata e le sovrappose una cortina in mattoni a faccia vista. Una pesante sabbiatura ha cancellato la patina del tempo e la rimozione dell’intonaco sulla parete esterna della navata laterale ha riportato alla luce importanti lapidi romane che, riportate dal Mommsen, erano date definitivamente per disperse. All’interno il vecchio pavimento è stato sostituito da uno moderno e poco attinente con l’architettura del luogo così come si è provveduto a realizzare una pulizia generale rimuovendo gli altarini laterali. Sempre con quest’intervento il portale di accesso al campanile è stato trasformato e attualmente viene utilizzato come secondo accesso alla chiesa.

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